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Vicky

Tratto da “Come un treno nella notte” – Luca D. Lindemann

Sam finì il suo drink ormai completamente annacquato e cercò per un istante di incrociare il suo sguardo per salutarla con un cenno. Lei ricambiò distrattamente come si fa con quelle persone che hai appena conosciuto e tornò a discutere con il ragazzo ben piazzato che spillava nervosamente le birre. Parlavano troppo velocemente e non riusciva a comprendere il motivo della disputa.
La musica country di un gruppo che suonava su di un piccolo palco del locale provava a farsi largo tra gli schiamazzi dei giocatori di biliardo, più intenti a cercare di tornare a casa in facile compagnia che a mettere le palle in buca. O forse era la medesima cosa: non aveva mai giocato a biliardo in vita sua, pensò Sam, ma in fondo ci sono sempre una stecca, delle palle ed una buca in gioco.
Il locale stesso, saturo di noia e abitudini di un classico sabato sera del midwest americano, sembrava volerlo accompagnare fuori. Come fosse un intruso. Trovò l’uscita e si incamminò verso la moto. Il parcheggio, una distesa di ghiaia che cercava di nascondere le numerose buche, era quasi vuoto. C’erano solo un paio di pick-up ed un furgoncino, parcheggiati a caso.
La luce sibilante dell’insegna balbettava colori intermittenti, mentre una mezza luna crescente gli sorrise fissandolo nel buio di quello spiazzo desolato.
Arrivò alla moto, si sedette e capì che stava succedendo qualcosa dentro il locale: attraverso i finestroni potè scorgere Vicky che animatamente discuteva con qualcuno. Immaginò fosse lo stesso tipo di prima e un attimo dopo la vide uscire decisa sbattendo la porta. Scalciando la ghiaia con gli stivali ed imprecando, si accorse che puntava dritta verso di lui mentre si liberava del grembiule. Il suo sguardo era cupo come il cielo e con le sue lunghe leve in breve bruciò la distanza che li separava.
Per un istante pensò di non essere lui la sua meta ma il pick-up alle sue spalle, considerato lo slancio. Invece una volta vicina, si fermò improvvisamente davanti alla moto afferrando il manubrio con le due mani e bloccando la gomma anteriore in mezzo alle gambe.
– Portami via! – tuonò girandosi verso il locale.
– Non ho un secondo casco, e poi dove ti siedi? – Rispose confuso.
In effetti la moto era monoposto e trovava veramente difficile immaginare un modo per darle un comodo passaggio.
Lo guardò con una smorfia affilata – Sam… Sam vero? – Annuì spiazzato, convinto che non si ricordasse nemmeno chi fosse.
– Sono stata bambina in Wyoming e in Wyoming non c’è nulla che non siamo in grado di cavalcare. –
Si spostò dalla sua posizione e scivolò di fianco al serbatoio. Con uno scatto atletico lanciò la gamba destra oltre lo stesso e una volta appoggiato il sedere lo fece scivolare fino a fermarsi contro le sue gambe. Erano a pochi centimetri uno dall’altra e, fissandolo con i suoi occhi ancora infuocati, alzò contemporaneamente le gambe dietro la mia schiena in un abbraccio che sembrava una mossa di wrestling.
Infilò le sue braccia sotto le sue e tirandosi avanti schiacciò il suo petto contro quello di Sam.
– Possiamo andare cowboy, accendi questo cavallo.-
Rimase impietrito. Per un attimo non ricordava nemmeno più come si facesse.
– Dove ti porto? – Chiese con voce interrotta da un certo disagio per la posizione.
– Via da qui. – Mentre dolcemente fece scivolare il mento oltre la sua spalla.
Infilò la padella in testa, accese la moto e con un po’ di imbarazzo la fece strisciare fuori dal parcheggio verso la statale.

La brezza tiepida della sera ed i profumi dolciastri del deserto gli riempirono le narici e ritrovò per un attimo la calma, mentre sentiva il suo respiro caldo sul collo rallentare lentamente il ritmo. Imboccò la statale verso nord-ovest.
Lunga, dritta che puntava verso i promontori del Capitol Reef. Una trapunta di stelle scivolava verso l’orizzonte ed il suono cupo del bicilindrico squarciava il silenzio di quella notte. Lui e lei, soli, verso l’infinito di quegli spazi, mentre i suoi capelli gli frustavano dolcemente il viso.
La sentì rilassarsi e trovare una posizione ancora più comoda. Le sue braccia si strinsero ancora un po’, come a volerlo ringraziare. I loro due corpi erano fusi, non c’erano più spazi a dividerli. Avevano trovato il modo di fondersi in uno solo, confondendo le reciproche forme. La voce ritmica e cupa della moto, i loro battiti all’unisono e i respiri che leggeri danzavano lungo quel nastro di asfalto finalmente lo fecero tremare di serenità. Una sensazione che non provava da anni.
Era a migliaia di chilometri da casa, su di un mezzo diviso tra mito e leggenda di cui non conosceva nemmeno l’esistenza fino a pochi giorni prima, insieme ad una ragazza che, aggrappata ad una speranza, sembrava uscita da una rivista. Chiuse per un attimo gli occhi e respirò quella sensazione inebriante dell’universo che ti vibra dentro. La sensazione di essere vivo. La vita stessa, pensò.
Accennò un sorriso mentre una lacrima gli disegnava quell’emozione sul viso. O forse era il vento.
Nel suo caschetto partì in automatico un brano, Night Moves, di Bob Seger. Ebbe la sensazione che se ne fosse accorta e gli sussurrasse – Mi piace questa. – Accennando perfino un sorriso.

La notte li inghiottì nei suoi profondi e sinuosi canyon.

24 Febbraio 2019

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